
Madrid, 27 ottobre 2026 -. Il 14 ottobre, presso l’Espacio Torrelara di Madrid, si sono riuniti rappresentanti delle autorità governative, dell’industria del gioco d’azzardo, del mondo accademico, del settore dell’ospitalità, dei sindacati e di organizzazioni impegnate nella prevenzione dei problemi legati al gioco. Nonostante le diverse prospettive, è emersa una analisi comune: la Legge sul Gioco, entrata in vigore nel 2011, necessita di una riforma che deve basarsi su dati concreti, essere promosso attraverso il dialogo e regolato da norme coerenti per tutti gli attori coinvolti. L’evento ha segnato il debutto del Forum CeJuego, una nuova iniziativa lanciata dall’associazione di categoria del settore – che rappresenta il 70% del comparto del gioco privato su base fisica nel Paese e annovera Codere tra i propri membri – con l’obiettivo di favorire un confronto sul presente e sul futuro del gioco d’azzardo in Spagna.
Non si tratta di un dibattito di poco conto. Parliamo di un’attività che rappresenta lo 0,8% del PIL e che rientra nel tempo libero di 31 milioni di persone di età compresa tra i 18 e i 75 anni. È un settore che offre occupazione diretta a quasi 50.000 persone, sostiene oltre 180.000 posti di lavoro indiretti e contribuisce ogni anno alle casse pubbliche con circa 1,7 miliardi di euro di gettito fiscale.
Con lo slogan “Giocare in squadra” – ed il giornalista e analista economico Manuel Llamas nel ruolo di moderatore – l’evento ha trovato un consenso su tre punti chiave: la necessità di un trattamento paritario tra il settore del gioco pubblico e quello privato; l’importanza di basare la normativa su dati concreti anziché su narrazioni; e l’urgenza di contrastare il gioco clandestino, identificato come il vero nemico, poiché opera al di fuori di ogni controllo amministrativo e lascia i giocatori privi di qualsiasi tutela.
Una legge del 2011 per un settore del 2026
La legge 13/2011, che disciplina il gioco d’azzardo in Spagna, ha raggiunto il suo quindicesimo anniversario. In questo arco di tempo, le abitudini legate al tempo libero, la tecnologia e l’offerta di gioco si sono evolute; nel frattempo, il processo di riforma — avviato durante la scorsa legislatura — è stato sospeso in seguito alla convocazione di elezioni generali.
Il settore auspica che questo slancio non vada perduto. Di conseguenza, il forum è stato concepito come uno spazio in cui esaminare i contenuti del futuro quadro normativo e presentare al nuovo governo — indipendentemente dal suo orientamento politico — una serie di priorità condivise. Tale approccio si riflette nella composizione della tavola rotonda, strutturata in modo che ogni partecipante potesse offrire un contributo specifico: autorità di governo regionali, aziende private, rappresentanti dei lavoratori, settore dell’ospitalità ed esperti nella prevenzione delle dipendenze.
Una delle questioni di fondo risiede nella disparità di trattamento tra le attività di gioco d’azzardo pubbliche e quelle private; esse sono state a lungo disciplinate da normative profondamente differenti. Mentre una sala da gioco necessita di un’autorizzazione regionale — e ha l’obbligo di verificare l’età di ogni cliente, nonché di consultare i registri delle persone escluse dal gioco prima di consentirne l’ingresso — i biglietti della lotteria o i “gratta e vinci” dell’ONCE possono essere acquistati con estrema facilità presso ricevitorie, edicole o locali pubblici. Anche le reti distributive presentano differenze sostanziali: la SELAE conta quasi 11.000 punti vendita e l’ONCE circa 35.000, a fronte dei circa 4.000 tra casinò, sale bingo, sale giochi e agenzie di scommesse. Un’ulteriore distinzione riguarda la tassazione: le attività di gioco pubbliche sono esenti dalle imposte speciali sul gioco (fatta eccezione per la *Quiniela* e la *Quíntuple Plus*), mentre gli operatori privati di gioco fisico versano annualmente oltre un miliardo di euro in tali tributi.
Lo stesso vale per la pubblicità. Agli operatori privati di gioco d’azzardo online è consentito fare pubblicità alla radio e in televisione solo nella fascia oraria compresa tra l’1:00 e le 5:00 del mattino, mentre la Lotteria Nazionale può promuoversi in qualsiasi momento; l’unica limitazione è che i suoi spot non possono essere trasmessi in concomitanza con programmi destinati ai minori. Inoltre, la diffusione delle estrazioni della lotteria non viene nemmeno classificata come pubblicità.
Eventi recenti hanno riportato la questione al centro dell’attenzione. Ad aprile, la Corte Suprema ha emesso una sentenza stabilendo che le comunità autonome non hanno l’autorità di supervisionare o autorizzare i prodotti di gioco gestiti dallo Stato, nemmeno quando i terminali per tali giochi sono installati all’interno di bar e caffè. Per il settore privato, questa sentenza aggrava l’asimmetria esistente, ponendo al centro del dibattito l’ambito di competenza delle autorità regionali e il principio di parità di condizioni tra gli operatori. Nel corso della tavola rotonda, Francesc Perendreu – presidente dell Associació Centre Català d’Addiccions Socials (ACENCAS), un’organizzazione che si occupa di prevenire le dipendenze sociali e di fornire sostegno alle persone colpite e alle loro famiglie – ha riassunto la situazione con un’osservazione che ha trovato eco per tutta la durata dell’incontro: non dovrebbe esistere una distinzione tra gioco d’azzardo “buono” e “cattivo”; si tratta sempre di gioco d’azzardo e, come tale, dovrebbe essere soggetto alle medesime regole.
I biglietti «gratta e vinci» ne costituiscono l’esempio lampante. Secondo Juego y Sociedad 2026, rappresentano la forma di gioco d’azzardo più diffusa tra i giovani dai 18 ai 25 anni, ma il fenomeno coinvolge anche fasce d’età inferiori: un’indagine condotta dal Dipartimento della Salute della Comunità Valenciana su 5.465 studenti di scuola secondaria, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, rivela che uno su quattro ha giocato, almeno una volta, con i «gratta e vinci» o altre lotterie a vincita istantanea, che costituiscono la tipologia di gioco d’azzardo in presenza più comune tra loro.
I dati: si gioca molto, in modo responsabile e per divertimento
Prima del dibattito, il forum si è soffermato sui dati. Il rapporto Juego y Sociedad 2026, che CeJuego pubblica ogni anno, è stato presentato in formato intervista con il suo autore, il sociologo José Antonio Gómez Yáñez, e con Levi Pérez, professore ordinario dell’Università di Oviedo e ricercatore del Center for Gaming Research della West Virginia University.
Il ritratto tracciato dallo studio sfata alcuni luoghi comuni. Nel 2025, 31 milioni di residenti tra i 18 e i 75 anni hanno partecipato a qualche forma di gioco, ma lo hanno fatto in modo prevalentemente occasionale. Secondo il Ministero della Sanità, il 90% degli utenti gioca con frequenza mensile o annuale, dieci punti in più rispetto al 2018. L’età di inizio, inoltre, si sta spostando in avanti: il primo gioco fisico con denaro arriva in media a 24,1 anni, rispetto ai 22,8 del 2018.
La componente sociale è un’altra delle evidenze che più richiamano l’attenzione. Oltre l’80% di chi si reca in una sala giochi lo fa in compagnia o per incontrare altre persone, e il bingo continua ad essere, nelle parole di Gómez Yáñez, “un luogo sociale”. Per questo motivo, l’autore insiste sulla necessità di distinguere tra giochi basati sul caso, di fortuna o di azzardo – come lotterie, estrazioni a premi o gratta e vinci – e giochi concepiti a scopo di intrattenimento – come quelli che si trovano nei casinò, nelle sale bingo, nelle sale giochi o nelle scommesse –, dove «non si tratta solo di vincere, ma del piacere che deriva dall’atto stesso di giocare». Considerare il gioco d’azzardo come un fenomeno monolitico, suggerisce l’autore, porta a diagnosi e regolamentazioni errate..
In questo senso, Levi Pérez, che nel suo progetto La utilidad del juego studia il consumo di giochi d’azzardo dal punto di vista della teoria del benessere, ha introdotto il concetto di beneficio edonico: la soddisfazione prodotta dall’esperienza in sé, a prescindere dal risultato. Lo ha spiegato con questo esempio: chi va a teatro paga un biglietto ed esce senza quel denaro, ma con la soddisfazione di essersi divertito. Con il gioco accade lo stesso: la norma è perdere in termini di premio, ma guadagnare in divertimento ed esperienza, ed è proprio questo ciò che paga chi gioca. Per questo ha messo in discussione l’impostazione dei messaggi di avvertenza approvati dal Ministero del Consumo, incentrati sulla perdita economica: il giocatore razionale, che è la stragrande maggioranza, sa già che spenderà del denaro in cambio di un’esperienza a rischio controllato.
Nulla di tutto ciò significa negare i rischi. Il gioco problematico esiste, e i relatori non lo hanno eluso. Ma la Spagna si colloca tra i paesi con la minore incidenza al mondo, con lo 0,25% della popolazione adulta colpita e un tasso stabile. Per Gómez Yáñez, è “l’effetto di buone regolamentazioni e dell’interesse stesso delle imprese del gioco”. E ha aggiunto una precisazione importante: l’85% delle persone con gioco problematico presenta problemi pregressi di salute mentale o contesti familiari disagiati. La sua conclusione ha fatto da ponte verso il dibattito: bisogna regolamentare a partire dai dati, perché altrimenti “si genera una nube tossica che ci costringe a regolamentare ciò che non esiste”.
È stata proprio questa l’idea che Carlos Duelo, direttore corporate delle Relazioni Istituzionali ed ESG di CIRSA, ha voluto porre al di sopra di qualsiasi iniziativa normativa: regolamentare senza pregiudizi. A partire da lì, ascoltare tutte le parti coinvolte, basarsi su dati ed evidenze e allontanarsi da visioni preconcette. E ha aggiunto una richiesta di buon senso: prima di approvare nuove regole, analizzare l’impatto che hanno avuto quelle precedenti.

Chi vigila su cosa: il dibattito sulle competenze
Se c’è stato un aspetto che ha trovato un consenso immediato, è quello relativo alla ripartizione delle competenze tra lo Stato e le comunità autonome. Ramón Cubián, direttore generale presso la Comunità di Madrid con delega alla regolamentazione del gioco d’azzardo, ha fatto notare che tutte le 17 comunità autonome hanno sottoscritto un accordo per chiedere alla Direzione Generale per la Regolamentazione del Gioco d’Azzardo (DGOJ) di fare chiarezza su tale ripartizione delle competenze, alla luce della sentenza della Corte Suprema.
In vista della nuova legislatura e della riforma della legge, Cubián ha voluto ricordare quanto proposto da tutte le comunità, al di là di qualsiasi orientamento politico: se compaiono nuovi canali di gioco fisico, devono essere controllati. Nessuno può restare esente da controllo. Per questo le comunità propongono di aprire un canale di dialogo con lo Stato per affrontare insieme queste nuove forme di accesso al gioco, perché, come ha sottolineato, “il cittadino percepisce il gioco come un’unica realtà”. La sede naturale per questo dialogo, a suo giudizio, è il Consiglio delle Politiche del Gioco, che riunisce lo Stato e le comunità. Cubián ha sostenuto che le comunità debbano mantenere la capacità di autorizzare, ispezionare e controllare il gioco fisico, e ha ricordato che la certezza del diritto consiste nel fissare limiti chiari che consentano la libertà d’impresa, rispettino la decisione di chi gioca e proteggano i più vulnerabili.
Cubián ha avvalorato questo modello con i dati: negli ultimi tre anni, a fronte di oltre 30.000 ispezioni annuali, la Comunidad de Madrid non ha rilevato un solo caso di minori nelle zone di protezione speciale dei locali di gioco. Un dato che coincide con quanto Gómez Yáñez aveva evidenziato durante la presentazione del rapporto: i rapporti delle polizie regionali confermano che non ci sono minori nelle sale giochi, perché le imprese sono le prime interessate a impedirne l’ingresso. Quando il controllo esiste, funziona.
Il dibattito sulle competenze ha una traduzione molto concreta nella ristorazione, dove convivono le macchine da gioco del settore privato e l’offerta di gioco pubblico. Emilio Gallego, segretario generale di Hostelería de España, ha ricordato che i bar sono molto più che attività commerciali: sono spazi di incontro e socializzazione, particolarmente preziosi in un momento in cui “gli schermi stanno cambiando il nostro modo di relazionarci”. In questo contesto, le macchine di tipo B sono, nelle sue parole, “un complemento in più” che aiuta a vivacizzare il locale, in un ambiente in cui la stessa clientela e i lavoratori esercitano un controllo sociale che favorisce il consumo responsabile.
Gallego ha però avvertito che la ristorazione soffre “la malattia dell’iper-regolamentazione”, un eccesso normativo che la Spagna e l’Europa si trascinano in generale e che è ancora maggiore nel caso del gioco. A ciò si aggiunge una fiscalità elevata che riduce la capacità di competere con altri paesi. E ha segnalato un effetto meno visibile di questo eccesso normativo: una standardizzazione dell’offerta che sottrae varietà e personalità alla ricchezza della ristorazione spagnola. “L’eccesso di standardizzazione ci impedisce di competere ad armi pari, facendoci perdere capacità di crescita e di sviluppo”, ha affermato.
Carlos Duelo ha offerto un confronto illuminante. Sebbene le normative che regolano il gioco d’azzardo varino in modo significativo da una comunità autonoma all’altra, l’entità del ricorso al gioco — e le somme spese — rimangono sorprendentemente costanti. A Madrid e in Catalogna, pur in presenza di modelli di autorizzazione molto differenti, la spesa annua pro capite per il gioco d’azzardo si attesta tra i 223 e i 224 euro: un dato praticamente identico alla media europea, che si aggira sui 220 euro. In altre parole, una regolamentazione più rigorosa non comporta una diminuzione del gioco d’azzardo; quest’ultimo, piuttosto, riflette innanzitutto le abitudini di svago di una società. Tale constatazione avvalora la tesi di Gómez Yáñez, secondo cui il gioco d’azzardo è un’attività normalizzata e consapevole..
Stessi prodotti, stesse garanzie
Il secondo grande tema di dibattito del forum è stata la necessità di porre fine al doppio standard tra gioco pubblico e privato. E qui la voce più netta non è arrivata dall’industria, bensì dal mondo della prevenzione del gioco problematico.
Francesc Perendreu, che da oltre trent’anni si occupa di sostenere le persone colpite dal fenomeno, ha richiamato ancora una volta l’attenzione sulle lotterie a vincita istantanea. Secondo gli esperti, elementi come premi elevati, esiti di vittoria immediati, una struttura estremamente semplice e un’ampia accettazione sociale contribuiscono ad aumentare il livello di rischio. A ciò si aggiunge una carenza di controlli nelle modalità di vendita: un aspetto che Perendreu ha illustrato con un esempio concreto: una persona iscritta al registro di autoesclusione può acquistare un “gratta e vinci” da 10 euro senza che nessuno le chieda un documento d’identità. Si tratta dell’esatto opposto di quanto avviene all’ingresso di una sala da gioco. Perendreu ha sintetizzato la questione con una delle osservazioni più incisive della giornata: “Siamo passati da una fonte di svago quotidiano a un problema quotidiano”.
Contro il messaggio che di solito viene trasmesso, secondo cui la lotteria o un gratta e vinci sarebbero gioco “buono” e una slot machine gioco “cattivo”, Perendreu ha insistito sul fatto che la parola è la stessa. La sua esperienza in prima linea lo conferma: nei centri di trattamento ci sono anche giocatori dei prodotti di SELAE e della ONCE. Valutare ogni modalità in base ai suoi rischi, e non in base a chi la commercializza, è esattamente ciò che sostiene il settore.
Il principio di parità ha anche un risvolto lavorativo e fiscale. Marcos Gutiérrez, segretario regionale della Federazione dei Servizi di CCOO in Castilla y León, ha chiesto una regolamentazione più omogenea tra i due ambiti, un trattamento fiscale più equo e un sistema di autorizzazioni più razionale. Ma il suo contributo più originale ha riguardato le persone che lavorano nel settore. Gutiérrez ha descritto una crescente sensazione di discredito tra i dipendenti del gioco e ha sostenuto la necessità di una formazione professionale specifica che consenta loro di recuperare il giusto riconoscimento che il loro mestiere ha sempre avuto. Un promemoria opportuno: quando si regolamenta un’attività, si decide anche del futuro di chi ne vive, lavorandoci.
Il gioco clandestino, il nemico comune
Il terzo punto centrale del dibattito è stato forse quello che ha suscitato maggiore preoccupazione in sala.. Mentre le imprese autorizzate operano con licenze, ispezioni, obblighi fiscali e misure di tutela del giocatore, il gioco illegale si muove al di fuori di tutti questi controlli. E lo fa con un’efficacia crescente.
Gli eventi recenti ne hanno fornito degli esempi. Nella settimana che ha preceduto il forum, il governo ha ammesso di non aver incassato nemmeno un euro dei 465 milioni di sanzioni comminate dal 2022 a operatori illegali. Inoltre, nel pieno del periodo pre-elettorale, la piattaforma di mercati predittivi Polymarket ha consentito agli utenti di «investire» su chi sarebbe diventato il prossimo primo ministro, nonostante il divieto annunciato dal Ministero dei Consumatori a maggio.
Carlos Duelo ha avvertito che gli operatori privi di licenza offrono piattaforme che, agli occhi dell’utente, possono apparire tanto attraenti quanto quelle legali, pur essendo prive dei controlli sulle promozioni e delle garanzie di tutela del consumatore tipiche del settore regolamentato. Da qui nasce la sua preoccupazione principale: se la normativa impone restrizioni eccessive al gioco d’azzardo autorizzato, si corre il rischio che gli utenti vengano spinti verso alternative illegali. A suo avviso, l’autorità di regolamentazione appare attualmente più concentrata sul limitare i depositi nel mercato del gioco legale che sul contrastare le attività illecite.
Anche dal fronte della prevenzione si condivideva questa analisi. Perendreu ha indicato la crescita del gioco illegale, compresi gli streamer che trasmettono partite su piattaforme non autorizzate, come ciò che oggi lo preoccupa di più, per la facilità di accesso che offrono ai giovani. E ha proposto di andare oltre i confini nazionali con una regolamentazione europea del gioco online.
Il contrasto con il settore legale è evidente. Secondo l’*Anuario del Juego* (Annuario del Gioco), le imposte e i contributi versati dalle società di gioco private operanti in sedi fisiche rappresentano il 33,4% dei loro ricavi: un onere che gli operatori illegali, al contrario, eludono completamente. Si tratta di un comparto che, come sottolineato da CeJuego, può porsi – e desidera porsi – come alleato delle autorità pubbliche nella tutela degli utenti.
Una partita che si gioca facendo squadra
Le osservazioni conclusive sono state affidate ad Alejandro Landaluce, direttore generale di CeJuego, che ha esordito illustrando lo scopo dell’incontro: i vari attori del settore del gioco costituiscono una squadra; è proprio per questo che è stato istituito tale forum inaugurale. Un’efficace regolamentazione, ha sottolineato, non è compito di una singola amministrazione o di un singolo esponente politico, bensì una responsabilità condivisa. Da qui il suo appello diretto alle forze politiche: il processo di riforma non deve subire interruzioni a causa del cambio di legislatura. «Le buone politiche non dovrebbero dipendere da chi è al governo», ha affermato.Landaluce ha definito le linee che, secondo l’associazione di categoria, dovrebbe seguire questa riforma: porre fine allo squilibrio tra gioco pubblico e privato, legiferare a partire dalla conoscenza della realtà e non dai pregiudizi, preservare la ripartizione delle competenze tra amministrazioni e agire con maggiore determinazione contro il gioco clandestino. “Non chiediamo privilegi, ma regole giuste per tutti”, ha riassunto.
Landaluce ha anche offerto alcune riflessioni sull’immagine pubblica del settore, prendendo a esempio gli specchi deformanti posti all’ingresso della struttura: è proprio così che viene spesso proiettata l’immagine del gioco d’azzardo, ovvero in modo distorto. I dati, ha sottolineato, raccontano una storia ben diversa: le persone giocano perché provano piacere, perché lo trovano divertente e perché sono libere di farlo. A suo avviso, non si può permettere che un comportamento potenzialmente problematico diventi la caratteristica distintiva di un’intera attività..
Ha inoltre sottolineato che un’eccessiva regolamentazione finisce per indebolire un settore. Il concetto è ben espresso dalla frase che riassume la richiesta principale del comparto: «Non vogliamo sentirci dire di essere un settore “normale”; vogliamo essere regolamentati come un settore normale». In altre parole, gli utenti dovrebbero essere trattati come persone adulte e occorrerebbe riconoscere la professionalità di chi lavora quotidianamente per offrire loro un ambiente sicuro.
Codere, parte della squadra
Per Codere, questo forum non rappresenta un semplice appuntamento nel calendario del settore. In qualità di membro di CeJuego, l’azienda condivide le priorità ivi discusse, molte delle quali incidono direttamente sulle nostre attività quotidiane: le modalità di autorizzazione e vigilanza delle sale da gioco, i requisiti imposti ai singoli operatori, l’integrazione con il settore dell’ospitalità e la tutela dei nostri clienti.
Inoltre, i dati di *Juego y Sociedad* (Gioco e Società) confermano ciò che i nostri team nelle sedi conoscono bene: i clienti frequentano le nostre strutture per svagarsi – spesso in compagnia – all’interno di un ambiente controllato e sicuro. Un contesto del genere non si crea soltanto attraverso le normative, ma grazie all’impegno di migliaia di professionisti. Garantire che tale lavoro venga riconosciuto e che la futura legislazione sia definita sulla base di dati concreti, con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, costituisce, in larga misura, la posta in gioco nei prossimi mesi.
Come ha detto Landaluce nel congedarsi, è una partita che vale la pena giocare in squadra.
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